Giorgia Butera, l’ho incontrata prima attraverso la sua voce scritta che di persona: una voce netta, coraggiosa, senza orpelli. Mi sono avvicinata a questo libro da paziente oncologica, con la cautela di chi sa che certe pagine possono riaprire ferite. L’ho chiuso con la gratitudine di chi ha trovato compagnia, lucidità e un invito concreto a respirare più forte.
‘Attacco alla Vulnerabilità’ è molte cose insieme: un diario di resistenza, una mappa per orientarsi quando la paura fa buio, una denuncia limpida contro la violenza degli sguardi e delle parole (dentro e fuori dai social), e infine un gesto politico nel senso più alto: rimettere al centro il valore umano.
Giorgia attraversa il dolore – un incidente che spezza, una diagnosi che ribalta la vita – senza mai trasformarlo in spettacolo. Lo osserva, lo nomina, lo educa. In questo c’è una delicatezza rara.
Mi ha toccata l’inizio, affidato alla musica. Anch’io conosco quel rifugio: quando le terapie ti sfilano via energie e certezze, una voce amata può diventare ancora una stanza abitabile. Massimo Ranieri, Lucio Dalla: non come icone, ma come presenza che ti tiene la mano durante una TAC. La musica, qui, non è cornice: è strumento di cura, è metronomo del coraggio.
C’è poi la parte che fa più male e insieme più bene: la vulnerabilità esposta al giudizio. Il cancro ti cambia il corpo, gli odori, i ritmi; a volte ti cambia le relazioni.
E può accadere – lo sappiamo, purtroppo – che proprio quando sei più fragile qualcuno scelga di colpirti. Giorgia non scappa da questa realtà: la racconta con fermezza, senza livore, e la allarga alle tante forme di bullismo e cyberbullismo che feriscono adolescenti e adulti.
Quegli insulti “a colpi di click” non sono un gioco: incidono, isolano, fanno ammalare. Per questo, accanto al racconto personale, qui troviamo azione: progetti, osservatori, campagne, scuole. È un libro che mette i piedi per terra.
Ho amato i dettagli semplici che restituiscono dignità ai giorni: due piedi in acqua la vigilia di un intervento; il rossetto rosso, riscoperto dopo anni, come piccolo rito di rinascita; un abbraccio spiegato bene, con la sua chimica e la sua poesia; le stanze d’ospedale che, anche nel pieno della pandemia, diventano luoghi di alleanza tra sconosciuti.
Sono frammenti che, messi in fila, dicono una cosa essenziale: la malattia è un tempo, non tutta la vita. E dentro quel tempo è possibile scegliere prossimità, bellezza, perfino leggerezza.
Questo libro non pretende di consolare. Non promette vie brevi. Offre però tre doni preziosi:
L’onestà: non edulcora, non compiace.
Il metodo: dalla prevenzione all’educazione sociale, dalla psico-oncologia alla cura di sé, qui le parole diventano pratiche.
La speranza realista: non è ottimismo di facciata; è l’arte di “stare” nelle cose finché tornano a fiorire.
Da paziente, da donna che lavora con il corpo e con le emozioni, da persona che crede nel potere rigenerante dell’arte. Ho la certezza di certe frasi che si possono ripetere nei giorni difficili: “Nulla si ferma se non per volontà”, “Attraversare, non aggirare”, “Scegliere chi resta e lasciare andare chi fa rumore”.
Se state vivendo un passaggio complesso – una diagnosi, una riabilitazione, una solitudine urlata o muta – queste pagine vi offriranno un passo accanto, non davanti.
Se siete genitori, insegnanti, operatori, capirete meglio quanto sia urgente proteggere la vulnerabilità nelle scuole e nelle case digitali dove i nostri ragazzi crescono. Se siete semplicemente lettori curiosi, incontrerete una scrittura che non fa sconti ma apre possibilità.
A Giorgia dico grazie per la franchezza e per il lavoro quotidiano che si sente tra le righe. Al lettore consegno un augurio semplice: prendetevi il tempo di leggere con calma, magari con una canzone cara in sottofondo. Arriverete all’ultima pagina con un desiderio in più di vita – quella vera, imperfetta, tenace – e con un rossetto (metaforico o reale) pronto a ricordarvi che la luce, anche quando sembra lontana, sa ritrovare le nostre labbra.
Carolyn Smith

